Stati generali delle donne: superare la fragilità economica e sociale

il 16 marzo 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Fragilità economica e sociale:  uno degli ambiti di discussione dell’incontro di oggi “Stati generali delle donne” promosso da Valeria Maione presso la Regione Liguria

C’è una condizione di fragilità economica e sociale che in Liguria ha una particolare diffusione, quella delle donne pensionate con redditi molto bassi; ma è fragile anche la situazione delle lavoratrici che con la “manovra Fornero” di fine 2011, hanno visto allontanare di sei /sette anni il traguardo della pensione.

Partiamo dalle pensionate: l’importo medio delle pensioni è più basso per le donne (13.921 euro rispetto a 19.686 euro degli uomini) e oltre la metà delle donne (50,5%) riceve meno di 1.000 euro al mese di pensione a fronte di circa un terzo (31%) degli uomini.

D’altra parte, il numero di uomini (178 mila) con un reddito pensionistico mensile pari o superiore a 5.000 euro è cinque volte quello delle donne (33 mila).

In Liguria le pensionate sono quasi 274 mila, il 54% del totale delle persone che hanno lasciato  il lavoro; 126 mila circa (su un totale di 178.800) hanno una pensione mensile inferiore ai mille euro: il 70% del totale.

Una quota del fenomeno della povertà riguarda dunque le donne anziane.

Le differenze a sfavore delle donne sono la conseguenza ovvia delle condizioni di lavoro, perché la pensione è il riassunto della vita lavorativa, delle retribuzioni, è condizionata dai periodi di astensione dal lavoro, dalla necessità di lavorare a tempo parziale, molto spesso non come libera scelta, ma per la mancanza di servizi.

Molte sono le donne che percepiscono una pensione di reversibilità, in Liguria oltre 38 mila.

Tante di loro hanno solo quel reddito; altre hanno lavorato e, per il fatto di avere  un proprio reddito da pensione o da lavoro, vedono ridotto di molto il valore della reversibilità.

Ci sono vari progetti di legge che si propongono di affrontare questo tema.

Ma si sta via via prendendo coscienza anche del fatto che, più in generale, le regole previdenziali, soprattuto dopo la “manovra Fornero” di fine 2011, sono state penalizzanti per le donne: parificando l’età per l’accesso alla pensione di vecchiaia per uomini e donne, è stata eliminata l’unica compensazione che esisteva per riconoscere il maggior impegno in famiglia e a favore della società tutta per i lavori di cura di cui le donne si fanno carico, in particolare per la mancanza di servizi, compensazione che si concretizzava nel poter andare in pensione di vecchiaia 5 anni prima degli uomini.

C’è di più: innalzando senza gradualità l’età per la pensione di vecchiaia si sono create situazioni incredibili. Un esempio: se nata in gennaio 1952 una donna può andare in pensione a 63 anni e 9 mesi, a ottobre 2015 ; se nata in aprile  1952  può andare in pensione  a 65 anni e 7 mesi, a dicembre 2017; se nata in giugno 1952 può andare in pensione  a 66 anni e 11 mesi, a giugno 2019;

insomma, una donna nata sempre nel 1952, a fronte di 5 mesi di differenza di età,  può avere una differenza di quasi 4 anni per poter godere della pensione.

Vanno riviste parti significative delle regole del sistema previdenziale, anche per correggere errori macroscopici, come questo, e per realizzare una valutazione “di genere” della vita lavorativa e delle sue conseguenza sul diritto e sulla misura delle pensioni.

Luisa Gnecchi, capogruppo Pd in Commissione Lavoro alla Camera, ha lavorato per promuovere una indagine conoscitiva sull’impatto di genere delle regole previdenziali.

Sarà uno strumento utile: avere una prospettiva di genere è essenziale, per rimediare ad errori evidenti, per rendere più graduale l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne e per introdurre regole che diano valore al lavoro di cura.

Un’attenzione particolare va rivolta a chi oggi è giovane e rischia seriamente di avere una prospettiva previdenziale molto magra.


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