Sul voto del 30 aprile e su altro

il 2 maggio 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Renzi ha avuto la grande maggioranza dei consensi degli iscritti al Pd e degli elettori che hanno votato il 30 aprile: è senza dubbio il segretario di tutto il Pd. Hanno votato in tanti: in nessun altro partito accade.

Aggiungo: sono andata un po’ in giro per i seggi delle “primarie”, ho ben chiaro lo sforzo e l’impegno; di quelli che hanno votato ne conosco tanti, ho molto rispetto e considerazione di tutti loro.

Cose per me, per come sono fatta, scontate: ma giova ripetere, a quanto pare.

Tutto vero, dunque. Ma è la verità tutta?

Cioè, ci basta questo per capire dove siamo e come andiamo avanti?

Il “popolo di queste primarie” pensa, nella sua maggioranza, che i problemi li possa risolvere meglio Renzi, non pensa che non ci siano problemi.

C’è chi confida nel fatto che Renzi capirà di avere commesso errori e li correggerà; che coloro che lo hanno sostenuto per condizionarlo (lo hanno detto esplicitamente) riusciranno a modificare modi e contenuti dell’azione del Pd e del suo segretario. Dunque, qualche problema c’era, giusto? Era di tutti noi, non solo di una parte, ma c’era. E c’è.

Chi ha scelto di sostenere Andrea Orlando sapeva che sarebbe stato molto più facile perdere che vincere, a questo giro. La ragione della nostra scelta sta nella sostanza di ciò che Andrea ha proposto: se non capiamo il motivo per cui tanti elettori si sono allontanati e non ci capiscono, se non ritroviamo ragioni profonde di connessione con coloro che stanno peggio (o peggio di prima), rischiamo di perdere il nostro popolo, e noi stessi; l’alternativa c’è: contrastare le diseguaglianze, per come si manifestano nel nostro tempo.

Idee, che abbiamo portato alla discussione del congresso, idee che servono a tenere insieme il Pd, non a dividerlo: chi non lo ha ancora capito, faccia qualche sforzo.

Confermo: quelle idee sono patrimonio del Pd, tutto, se il Pd lo vorrà. E sono e continuano ad essere una sfida, per tutti e prima di tutto per chi le sostiene.

Perché riguardano problemi non risolti: alcuni riproposti proprio dal voto al congresso, prima tra gli iscritti e poi tra gli elettori.

In questi anni, dal 2013, abbiamo perso una quota rilavante di iscritti; i votanti, tra gli elettori sono calati in modo significativo: non è certo un modo per mettere in discussione il risultato, ma per dirci che una parte del nostro elettorato ci considera ormai non come una “risposta”, come una soluzione, ma come parte del problema.

Non credo che quella “risposta” stia fuori, e tanto meno contro il Pd. Ma “da soli non si può”.

E’ questione di sostanza, di proposte, di messaggio su quale direzione vogliamo prendere, su chi vogliamo rappresentare, “per conto di chi”: torniamo a discuterne.

E poi rimane aperto il problema  di come ci mettiamo in condizione di tornare, a scadenza di legislatura o prima poco importa, a dare al Paese un governo progressista (non mi viene altro termine, anche se ho ben chiaro che pure il concetto di progresso è tutt’altro che univoco e che va declinato).

Legge elettorale e alleanze; scelte per l’economia e “agenda sociale”: da lì non si scappa.

Parto dalla legge elettorale e dalle alleanze.

Con questa legge elettorale il Pd non è in grado di avere la maggioranza: pensare che sia possibile non è ottimismo, è pericolosa temerarietà. In realtà, sostenendo questo, si fa delle larghe intese, con Berlusconi, non una “necessità” ma una scelta a priori.

Un premio per chi ottiene i maggiori consensi, non illimitato, è tra le cose che la Corte Costituzionale considererebbe accettabile: lavoriamo per questo obiettivo, e nello stesso tempo decidiamo con chi vogliamo tornare a governare il Paese. Con un criterio semplice: con chi è possibile condividere programmi e obiettivi, nella misura maggiore possibile. Il punto non è che mi sta più simpatico Pisapia rispetto a Berlusconi: penso che con Pisapia abbiamo più cose in comune, compreso un approccio “di governo”, e questo vale anche per altri.

Le coalizioni sono un problema? La coalizione “Italia Bene comune” è fallita? Si è infranta sulla vicenda dell’elezione del Presidente della Repubblica, proprio all’inizio della legislatura: ne vogliamo parlare? Comunque faccio notare che una gran parte degli eletti in Sel, o perché passati al gruppo Pd, e lì perfettamente integrati, o perché oggi nel gruppo “art.1”, sono nella maggioranza di governo.

C’è poi il tema del rapporto tra elettori ed eletti: collegi uninominali o liste senza “capilista bloccati”: si può fare.

Rimane la questione fondamentale: di chi vogliamo essere il partito, di quale parte della società. Riguarda i contenuti. Ci sarà modo di tornare anche su quelli: scelte ravvicinate, ed impegnative, ci attendono.

 

 

 


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