Sulla sconfitta alle elezioni amministrative e sul mio partito

il 19 luglio 2016 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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E’ giusto affrontare anche le ragioni di ordine generale che hanno influito sul risultato savonese alle elezioni amministrative di giugno; sbagliato è pensare che siano ragioni “esterne”, altro da noi e dalle nostre responsabilità.

Le persone che stanno nel nostro territorio, sentono le spinte e le contraddizioni, le sofferenze e le delusioni che percorrono dimensioni che vanno ben oltre noi; ma a quelle contraddizioni e delusioni abbiamo il dovere di rispondere anche noi, parte di una forza politica nazionale e che non è altro da partito a livello locale.

Dunque, anche il voto dei savonesi e i suoi esiti sono stati condizionati da un trend nazionale che ci ha messo di fronte a due fatti:

- gli uomini e le donne, di tutte le età, ed in modo diverso a seconda dell’età, hanno vissuto una perdita di reddito, di status, di sicurezze per il futuro, in tutti questi anni, che non è finita.

Nonostante i successi dell’azione di governo, tante scelte giuste che abbiamo fatto, siamo percepiti (come Pd più ancora che come governo, tutto il Pd) come parte del problema e non come parte della soluzione.

Se la condizione materiale e la perdita di fiducia e di speranza sono ancora così forti, quando noi andiamo a raccontare dei progressi, dei risultati, ecc. ecc., i molti che non ne sentono ancora gli effetti positivi, che vedono una distanza tra quello che diciamo e quello che a loro accade, vivono la nostra come propaganda, sentono una frustrazione che aggrava la perdita di fiducia e di speranza.

- la spinta antisistema che percorre le nostre società (non solo in Italia), che si esprime con un diffuso sentimento “anti-casta”, è stata interpretata anche da Renzi; questo ha consentito di incanalarne almeno una parte a sostegno del Pd, verso il centro sinistra: una volta che Renzi è arrivato al potere, quella spinta, quel riconoscimento, si sono arrestati: non più anti sistema, non più anti casta, ma parte del sistema, e quindi anche della casta.

In più, l’idea che la velocità e la rottura con quello che veniva prima siano il modo per affrontare la velocità dei processi e la voglia di rottura con i passato, quell’idea ha fatto sì che anche la proposta politica di Renzi dovesse fare i conti con il consumarsi rapido, frettoloso, delle speranze di cambiamento.

Tutto questo rischia di bruciare anche tante buone cose fatte: non penso solo alle unioni civili, ai primi passi per contrastare la povertà assoluta, agli incentivi per i contratti di lavoro tempo indeterminato, o alla riduzione delle tasse sul lavoro dipendente, a molti provvedimenti che riguardano la giustizia, e si potrebbe andare avanti. La scelta di mettere in questione il rigorismo finanziario dell’Unione europea, e la determinazione con la quale è stata portata avanti, o le decisioni in materia di politica estera, qualificano davvero l’azione del governo Renzi.

Il fatto è che, nonostante tutto questo, c’è una questione sociale non risolta, frutto della crisi e dell’aggravarsi delle diseguaglianze. Il punto vero sta qui.

Una questione sociale non risolta, dunque, e soprattutto non affrontata dal Pd, dalla sua linea politica.

Renzi parla di un cantiere sociale, ma nel racconto che abbiamo proposto agli italiani, anche nel periodo della campagna elettorale, anche nella nostra campagna elettorale a Savona, non si è capito di cosa si stesse parlando.

Tutta l’enfasi sul referendum costituzionale ha fatto capire che ci stavamo occupando delle “istituzioni” come problema nostro: non della politica, ma “dei politici”.

Un sistema elettorale costruito su uno schema bipolare, applicato ad un quadro politico tripolare, (associato alla scelta dell’autosufficienza del Pd, al rifiuto di costruire vere alleanze con diversi da noi), ha visto aggravarsi le nostre difficoltà di fondo: la (facile) alleanza di tutti contro di noi ha fatto il resto.

Possiamo attribuire a questo la sconfitta a Savona? in parte sì, ma ci sono questioni che ci riguardano, che hanno a che fare con le scelte e le responsabilità locali; non possiamo “mettere la polvere sotto il tappeto”: si po’ fare anche dicendo “abbiamo sbagliato, abbiamo sbagliato”, ma senza poi trarne le conseguenze.

Errori ne abbiamo fatto tutti.

Io mi ostino a dire che dobbiamo riconoscere la sconfitta, perché temo che se gli elettori non dovessero percepire che abbiamo davvero capito, sarebbero tentati di darci un’altra prova, un’altra sberla, al referendum o alle politiche, o un’altra volta ancora.

Dopo le primarie, con l’affermazione di Cristina Battaglia, si presentavano due possibilità: ricostruire una unità sostanziale tra le diverse anime, mettere insieme sensibilità diverse, persone diverse, storie diverse: si è scelta l’altra strada. E’ una questione da affrontare, perché riguarda in generale quello strumento: uno strumento, non dimentichiamo, che è nato dalla consapevolezza che con le forze del Pd in senso stretto, nel corpo del partito chiuso in se stesso, non ci sono condizioni di rappresentanza e radicamento sufficienti e tali da renderlo autosufficiente nelle scelte delle candidature, soprattutto quando si presentano opzioni diverse. Il Pd di Savona, per la sua forza organizzata, non è certo immune da questi limiti

Dopo le primarie si può scegliere di percorre una strada oppure un’altra:

- rivendicare il 55%, tanto per dire un numero, e sommare a quello il resto, l’altro 45%, le idee, le persone, le relazioni che quelle persone hanno costruito.

- oppure fare conto che il 55 sia 100; e accogliere benevolmente chi si adegua a quella impostazione, e niente di più. Legittimo; ma c’è un mondo, sensibilità, consensi, relazioni, che vengono messi fuori, ai margini: perché si sceglie una impostazione, la propria, e si punta su quella e basta. Legittimo, ripeto: ma di questo bisogna poi assumersi la responsabilità, non la colpa, per carità; ma almeno la responsabilità.

Confermo una valutazione di cui sono convinta: è mancato, nella impostazione della campagna per le comunali, il coraggio e l’orgoglio di difendere l’esperienza amministrativa del Pd, del consiglio e della giunta uscente di Savona, un’esperienza che aveva portato risultati, e rispetto alla quale era pure necessario produrre una innovazione forte, ma partendo da quel valore. E dal consenso che pure era stato costruito dai nostri amministratori.

Se punti tutto sulla discontinuità, altri possono dimostrare di essere più discontinui di te. E così è andata.

La nostra discussione potrebbe concertarsi, ora, non tanto sulle responsabilità di quanto accaduto (è sempre difficile, quando si perde, succede a tutti), ma su cosa sia utile e giusto fare da ora in avanti, su cosa i cittadini, le persone, la comunità, si aspettino da noi.

Per questo non mi ha convinto la proposta del Commissario regionale Ermini di riconfermare il segretario provinciale e la segretaria comunale, a prescindere dalla discussione di merito su quello che c’è da fare e come, “tanto per arrivare a congresso”.

Aggiungo, nel caso di Briano, che la responsabilità di non avere tenuto insieme tutti, quando ce ne sarebbe stata la necessità e la possibilità, è più pesante: perché era stato eletto da tutti noi, come espressione di qualcosa che andava davvero oltre le correnti, le “sensibilità”, le appartenenze territoriali.

Fulvio ha fatto fatica a fare il segretario da sempre; ci sono problemi del nostro territorio, su cui la voce del Pd non è fatta sentire, e non si sente.

Ma l’obiezione più rilevante è che, se tutto rimane com’è nel Pd, passa l’dea che non abbiamo davvero fatto i conti con la sconfitta, con quello che l’elettorato, nel bene e nel male, ha voluto dirci.

Se la direzione sceglierà di riconfermare Fulvio come segretario ne prenderò atto, ma la considero una scelta inadeguata

Certo, non è facile trovare una soluzione alternativa Non è facile sciogliere rapidamente i nodi che ci sono; non c’è alla nostra portata una soluzione condivisa, perché non c’è un’idea condivisa di come gestire e fare lavorare il partito, di gruppi dirigenti, di futuro del Pd: e questo avviene lungo “faglie” che non corrispondono né a correnti nazionali, né a singoli leader, né a storie politiche di origine. Questo potrebbe semplificare, da un certo punto di vista; ma ci vorrebbe qualcuno che provasse a rimettere insieme i fili

Il mio lavoro è quello di parlamentare del Pd, una rappresentate della nostra comunità in istituzioni nazionali che fanno fatica a funzionare come dovrebbero.

Farò tutto il possibile perché quel ruolo sia utile alle persone che vivono nel nostro territorio, non al Pd in sé, e nemmeno a me stessa.

Sono, come sempre, a disposizione del partito, per le iniziative che vorrà organizzare, per gli obiettivi che si darà sui tanti temi di interesse locale e nazionale.

A proposito di uno di questi, quello del referendum: la personalizzazione sul presidente del consiglio, l’idea che sarebbe un referendum pro o contro Renzi e non sul merito della riforma, ha già fatto i suoi danni; proviamo a recuperare, ma non sarà facile. Sono convinta delle buone ragioni del sì e della possibilità di raccontare il perché: ma se continuiamo a dire che “basta un sì”, a rispondere a chi ci chiede perché, “perché sì”, sarà tutto molto difficile.

Infine, dobbiamo lavorare sapendo che c’è, fuori dal Pd, un mondo, una quantità di attese, di problemi concreti, ed anche di speranze deluse; c’è qualcosa di importante che non abbiamo ancora saputo dare alle comunità alle quali ci rivolgiamo. Forse non è troppo tardi, forse.


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