Terrorismo: la presentazione del libro di Roberto Speciale

il 19 luglio 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Questo lavoro nasce 35 anni fa e ancor prima, quando una generazione di dirigenti politici del Pci ha anche studiato, con l’approccio della riflessione collettiva e “militante”, ha cercato di capire, oltre che agire insieme ai gruppi dirigenti del sindacato, soprattutto della Cgil, per costruire la risposta, nella politica e nei fatti, al terrorismo, brigatista e stragista, rosso e nero. Una risposta fatta di coinvolgimento popolare, di assunzione di responsabilità.
L’obiettivo di questo nuovo lavoro è, ancora una volta, a qualche decennio di distanza e in una stagione certamente diversa, riproporre elementi che servano a fare conoscere la dimensione reale, a capire motivazioni, percorsi e conseguenze di un fenomeno che ha provocato così tanti morti e feriti e che per molti anni ha segnato la vita quotidiana delle comunità e delle persone: il libro contiene anche una serie di testimonianze di protagonisti, in diversi ruoli, e ci fa tornare al clima di quel periodo. Mi capita abbastanza spesso, quando ci diciamo delle difficoltà e dei drammi del nostro tempo, di pensare a quanto fosse difficile allora affrontare la quotidiana tensione di fronte alla violenza che si manifestava dentro la vita delle aziende, dei quartieri, delle istituzioni, quanto fosse difficile decidere cosa fare e come.
Roberto Speciale ci ha proposto una propria analisi e una tesi, e ha chiesto a diversi interlocutori di misurarsi con quella tesi, oltre che, come dicevo, portare testimonianza di quegli anni terribili.
Alla domanda “cosa ci ha lasciato” quella stagione, la risposta di Speciale è che l’unica cosa apprezzabile è stata la sua sconfitta, il fatto, questo il primo punto di riflessione, che abbia messo in moto degli anticorpi che hanno impedito che diventasse un fenomeno endemico; anche se ogni ritorno di fiamma, che c’è stato in questi anni, va comunque considerato e bloccato con la stessa determinazione.
E Roberto, nel suo scritto, ripercorre le diverse fasi del terrorismo e dà una sua risposta ad una serie di domande: innanzitutto perché e da che cosa sia nato il terrorismo “rosso”; parte dalla considerazione che, in qualche modo, si è vicendevolmente alimentato e forse incrociato con il terrorismo stragista nero, ma sottolinea come fosse sbagliata la negazione che esistesse un terrorismo rosso e che fosse solo una “maschera” di un’unica strategia. Oggi per noi questa cosa è evidente, ma il percorso di consapevolezza allora non fu certo facile.
E dunque, qual è il ceppo sul qual nasce il terrorismo delle BR e delle molte altre formazioni? Speciale argomenta sul come ci si sia trovati di fronte non ad un estremismo “tradizionale”, ma ad un estremismo che aveva riferimenti ideologici, caratteristiche sociali e comportamentali in grandissima parte nuovi.
Quali sono queste caratteristiche della “nuova ideologia” alla base del terrorismo e dell’estremismo violento che abbiamo conosciuto negli anni settanta? E’ un estremismo “metropolitano”, vive nelle città e nelle loro contraddizioni; si basa su una lettura catastrofica e totalizzante dei mali del capitalismo e sul fatto che la politica nel suo insieme e la sinistra sarebbero impotenti o venduti.
Come sappiamo, questo tipo di “ideologia” non è tramontato, ha trovato altre modalità di espressione. Forse ha proprie radici in un sentimento “antipolitico”, anzi antistato in senso ampio, che è fenomeno, quello sì endemico nella società italiana.
Nella analisi sui referenti sociali e le forme di lotta, Speciale sottolinea che nella teoria e nella pratica prevale l’ idea che ci sia solo l’autodifesa degli individui contro il potere, nessuna dimensione collettiva e popolare, e soprattutto un’idea di rivolta connotata della negazione del valore del lavoro.
Io penso che in definitiva il discrimine stia qui, sia questo ciò che impedisce di vedere contiguità o “radici comuni” tra il brigatismo, l’estremismo violento di quella matrice, da un lato, e la sinistra, la tradizione comunista italiana, dall’altro.
E infatti Roberto vede proprio in quel discrimine la ragione dell’avversione e della estraneità verso la sinistra, il Pci, i sindacati, da parte di chi si è sentito portatore di una rivolta fondata su una ideologia e una scelta di soggetti “rivoluzionari” diversa ed opposta, appunto, a quella storica della sinistra.
Questo argomento ancora oggi mi convince: quello era il messaggio che noi, più giovani e ancora meno consapevoli, ricevevamo dagli adulti del partito e del sindacato allora; ma non trovo ragioni per cambiare quell’opinione.
Poi Speciale confuta la tesi secondo la quale il terrorismo sarebbe nato perché c’era una situazione politica bloccata, analizzando le ragioni e le origini di quel blocco, fuori prima ancora che detto i confini nazionali.
Dimostrare l’impossibilità di una via democratica al socialismo a vantaggio di una via armata, allontanare il Pci dal governo del Paese, è il risultato di una stagione in cui il terrorismo ha esplicato una propria, e in qualche modo autonoma, strategia; anche se altri, interessati a quell’obiettivo per altri motivi, ne traevano i frutti e forse, in qualche misura non marginale, ne alimentavano l’azione.
Il terrorismo, ci dice Speciale, ha contribuito ad indebolire la democrazia e la sinistra: altro tema di riflessione ancora attuale è quanto le scelte , o non scelte, strategiche della sinistra riformista (la chiamo così tutta quanta perché era “oggettivamente” riformista, persino oltre le teorie e le intenzioni) abbiano contribuito a quell’esito: parlo della strategia del compromesso storico, come è stata vissuta e comunicata più che come scelta in sé, e l’incertezza su una identità di forza socialista e democratica non portata alle sue naturali conseguenze.
A questo è legato un altro piano di analisi. Il terrorismo contribuisce a frenare, se non a bloccare, anche una stagione, avviata proprio all’inizio degli anni 70, nella quale si sono messi in moto processi di rinnovamento profondi, nel lavoro, in parte dei corpi dello stato, nella scuola, nel sentire comune sulle libertà ed i diritti, processi di rinnovamento e di democratizzazione.
“Anche senza volerlo” scrive Roberto “ci si appiattisce sull’esistente”. Direi questo: si sperimentano le grandi capacità di “difesa”, di tenuta della sinistra e del movimento dei lavoratori, la capacità di esprimere responsabilità nazionale e istituzionale (era molto evidente come si sentissero le istruzioni repubblicane democratiche come cosa propria, da difendere in ogni caso, al di là di profondi limiti e vere e proprie deviazioni nel loro agire, anche nei confronti del terrorismo).
Ma “si ferma il programma di modernizzazione” che aveva quei protagonisti e quelli connotati (la modernizzazione si può fare in tanti modi). Il terrorismo ha contribuito ad impedire ai processi positivi che si erano avviati, di compiersi.
Sul ruolo delle dinamiche economiche nel determinare i processi sociali ed anche quelli politici intervengono i contributi di Miroglio e, su piani diversi, di Zara, Caselli, Cofferati ed altri.
Altri contributi indagano il ruolo del mondo dell’informazione. Altri ancora sono essenzialmente testimonianze sul vissuto personale di protagonisti che, a partire da quel vissuto, danno un contributo alla comprensione di un fenomeno complesso.
A proposito delle dinamiche economiche, uno degli argomenti più rilevanti è quello delle grandi ristrutturazioni industriali (e del sistema portuale), e di come, in particolare a Genova e in Liguria, si sia affrontata quella sfida.
Miroglio ci dice che si confrontavano due linee: chi riteneva che con forti azioni di contrasto fosse possibile costringere i padroni a rinunciare a ristrutturazioni e chiusure, e chi sosteneva che fosse meglio governare le trasformazioni piuttosto che subirle.
Il prof. Caselli, per altro, dà atto che, nella capacità di reazioni alle difficoltà , molte scelte utili siano state frutto anche della pressione esercitata dal sindacato, “che ha permesso di superare resistenze e opzioni riduttive”.
Caselli, sostiene anche che una parte dei problemi di rapporto con lo Stato e la politica derivasse proprio dal fatto che la proprietà, il proprio padrone per molti lavoratori genovesi, direttamente o indirettamente, fosse pubblico.
Pure una parte del contributo di Stefano Zara è dedicata all’argomento delle trasformazioni dell’apparato industriale, segnatamente delle Partecipazioni Statali.
In generale, il rapporto con il mondo del lavoro è uno degli elementi centrali sia nell’analisi dell’azione del terrorismo, sia dell’azione di contrasto delle forze democratiche.
Il tentativo più pericoloso delle organizzazioni terroriste, secondo Sergio Cofferati, fu proprio quello di penetrare e radicarsi nel mondo del lavoro per trovare proseliti, coperture, complicità.
I caratteri peculiari del terrorismo brigatista, il tipo di relazione con le “masse”, così come i rischi di indifferenza o sottovalutazione, prima ancora che di contiguità, hanno comportato un grande lavoro di orientamento, in profondità, che ha investito prima di tutto i luoghi di lavoro, e ha impegnato il movimento sindacale, che ha avuto una funzione essenziale.
Miroglio ci ricorda che il sindacato, in questa opera, ha potuto contare su una classe operaia matura ed esperta, solida nel proprio attaccamento al lavoro, al proprio lavoro vissuto davvero come parte integrante della propria identità, al lavoro in “quella” azienda, intesa non come proprietà ma come contesto organizzato e dotato di senso (questo è stato “impenetrabile” per una idea di rivolta che svaluta il lavoro).
Stefano Zara scrive che il contrasto al terrorismo ha potuto contare anche su un substrato etico e morale, non solo nella dimensione collettiva del movimento, ma, se così posso dire, nel rapporto di ciascuno con se stesso.
E’ ben noto, a noi specialmente, come l’uccisione di Guido Rossa, le sue scelte, siano state una discriminante nella parabola del terrorismo brigatista. Non mi ci soffermo più di tanto proprio per questo, perché “do per scontato”; soprattutto da qualche anno i sindacati coltivano non solo la memoria, ma una ricerca sul senso dell’attualità di quella vicenda.
Penso però che sia utile sottolineare che il lavoro, le regole del lavoro, chi se ne è occupato, sono stati oggetto e vittime della stagione successiva, sino ad anni recenti, di un terrorismo che ha provato ad inserirsi ancora nella vicenda politica e sociale italiana.


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