Un pensiero per la Giornata Mondiale della Telecomunicazione e della Società dell’informazione

il 18 maggio 2018 | in Articoli | da Anna Giacobbe

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Questo articolo apparso ieri sera sul sito di Studiowiki ha suscitato in me alcune riflessioni che vorrei condividere con voi.

Una cosa mi piace molto: “l’essenziale non sarà visibile agli occhi (bella cit.), ma certamente torna sempre uguale a se stesso. E l’essenziale ci sembra rimasto la necessità di ridurre le diseguaglianze.”
Diseguaglianze tra chi, tra che cosa: “chi sta dentro e chi sta fuori”, chi e chi?
Penso che le linee di demarcazione passino oggi attraverso territori diversi da quelli che avevamo in mente un tempo Guarda solo a come si è articolato diversamente dal passato sia il lavoro manuale che quello intellettuale, per parlare di un ambito di cui cerco di occuparmi: tutto diverso, il lavoro operaio guidato dalle tecnologie e quello del professionista che si è proletarizzato (ma i lavoratori che muoiono sono sempre corpi di carne e di ossa; tutto quell’immateriale, quel postmoderno che i discorsi sul lavoro ci ripetono, all’improvviso “precipitano” -ahimè- in quei corpi così materiali, in quella ingiustizia così antica che è la morte sul lavoro: questo è stato il mio pensiero del giorno)

Scrivono che le diseguaglianze “non sono solo più di natura economica, ma sono di accesso a questa società dell’informazione. Il chi sta dentro e il chi sta fuori è (…), soprattutto, un fatto di capacità di interpretazione.”
Diseguaglianze tra chi, tra che cosa: non basta rispondere a questa domanda, che pure è importante per inquadrare nel “suo” tempo ogni diseguaglianza, e quindi ogni sforzo per contrastarla e superarla. Occorre rispondere anche a questo: quale è la radice della diseguaglianza? Se è l’accesso al sapere (problema di ogni tempo, cambiano solo gli strumenti e le tecnologie; come per la guerra, in fondo) chi e che cosa fa la differenza?

Il Ministero dell’Istruzione ha pubblicato nello scorso mese di gennaio il Rapporto della Cabina di regia per la lotta alla dispersione scolastica e alla povertà educativa. Dopo avere descritto i “saperi irrinunciabili” (quelli che consentono di avere una base di conoscenze e competenze tale da poter esercitare la cittadinanza attiva, e che permettono di riprendere gli studi nel corso della vita), il documento afferma che “la serie storica dei dati conferma una seria debolezza delle competenze irrinunciabili”: il punto è che quella debolezza è correlata “con l’origine famigliare o territoriale, condizionata, dunque, dall’esclusione sociale e culturale nella quelle vivono e crescono bambini e ragazzi”.
Fa un certo effetto leggere in un documento del MIUR del 2018 che “la scuola italiana è tuttora “di classe” – come diceva don Milani 50 anni fa”.
Non siamo agli anni Sessanta. Ci sono stati progressi, e nello stesso tempo sono rimaste o sono cresciute vecchie e nuove diseguaglianze.
Ma ancora oggi tre elementi si intrecciano tra di loro: alti tassi di abbandono, alto numero di ragazzi (e di adulti) che non possiedono le “conoscenze irrinunciabili”, alto tasso di povertà minorile.
E così, ancora oggi ha accesso a livelli di istruzione soddisfacenti preferibilmente chi ha una tranquillità economica.
Ecco, istruzione può essere intesa diversamente dal passato: non solo la scuola, non solo le tradizionali istituzioni educative: ma quali istituzioni si incaricano di fare in modo che vengano “rimossi gli ostacoli”, come sta scritto nell’art. 3 della Costituzione, che ciascuno non sia solo, con i propri svantaggi di partenza, di fronte all’informazione, all’accesso alla conoscenza?
Le diseguaglianze non sono solo più di natura economica. Ma se non si aggredisce quel problema (non solo la possibilità di vivere decentemente, ma di essere autonomi economicamente) probabilmente non se ne verrà a capo.

“E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi si sa esprimere e intende l’espressione altrui.” (Lettera a una professoressa)
“Tutti gli usi della parola a tutti mi sembra un buon motto, dal bel suono democratico. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo”. E’ Gianni Rodari, ne La grammatica della fantasia


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