Un racconto aspettando l’8 marzo

il 4 marzo 2014 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Vera, mamma di Mara Carocci, ha riconosciuto tra le partigiane della foto che ho usato come immagine di copertina della pagina ufficiale facebook due amiche: le ho chiesto di raccontare qualcosa di loro e di se. Ha scritto questo. Pubblico il racconto in occasione dell’otto marzo: che sia un giorno di festa e di riflessione

Anna

 

 

Mi chiamo Giovannoni Vera. La mia era una bella e numerosa famiglia. Eravamo cinque figli, quattro maschi e io sola come femmina. I primi quattro, cioè Piero, Vera, Sergio e Beppino sono nati il primo nel 1927 e il quarto nel 1931. Poi nel 1943 in piena guerra nacque Gino. Inutile dire che benché fosse un gran brutto momento per noi fratelli fu un vero divertimento. Posso dire che la sua crescita è toccata a me. Mamma e babbo erano impegnati oltre che al lavoro alla ricerca di qualcosa per sfamarci e purtroppo malgrado i loro sforzi molto spesso anzi troppo spesso ci alzavamo da tavola con tanta fame.

Andavano dai contadini, nelle campagne vicine a Firenze, soldi non ne avevano, pagavano con la biancheria di casa e con il poco oro che avevano e che presto finì. Insomma si arrangiavano tornando però molto spesso a mani vuote.

Ricordo in particolare una sera che arrivarono a casa con un coniglio. Avrebbe dovuto essere una festa, invece fu una serata assai triste per tutta la famiglia. Ci raccontarono che passando in un sentiero tra i campi avevano visto impiccati agli alberi quattro giovani e al loro collo c’era un cartello con scritto Partigiani traditori. Babbo e mamma avrebbero voluto fermarsi per aiutarli anche se si eravano resi conto che ormai non c’era più niente da fare. Ma proprio in quel momento i “cecchini”, così si chiamavano i fascisti, cominciarono a sparare, tanto che il carter della bicicletta di mamma era bucato e il tacco di una scarpa del babbo fu preso di striscio. Ci raccontarono di tanta paura, ma soprattutto dell’orrore e la rabbia per la morte di quei quattro ragazzi, perché sottolinearono erano proprio quattro ragazzi.

Il mio babbo era ferroviere, svolgeva il lavoro di capo squadra presso la stazione di Rifredi, ma la sua qualifica era di manovale semplice e questo perché noto come socialista. La sua vera qualifica con relativo stipendio gli fu riconosciuta nel 1945 alla fine della guerra.

La mamma casalinga, cucitrice di bianco, cioè cuciva e ricamava biancheria intima per signora, questo naturalmente con grande sacrificio perché aveva una famiglia così numerosa da accudire, lavorava prevalentemente di notte.

Noi figli, eccetto Gino che era piccolo, andavamo a lavorare, io come sartina, i miei fratelli come fattorini presso studi di avvocati. Lavoravamo tutti e quattro nel centro di Firenze e quando suonava l’allarme e alcune volte sotto i bombardamenti, correvamo dentro il Duomo. Avevamo scelto una colonna e quella colonna era il nostro rifugio. Quando invece eravamo a casa durante gli allarmi e i bombardamenti, che erano prevalentemente notturni, correvamo nel rifugio del Casone dove erano state puntellate alcune cantine.

Si dice che il Casone dei ferrovieri sia stato costruito durante la prima guerra mondiale da prigionieri austriaci, ma certezze non ce ne sono. Il fabbricato, un intero isolato delimitato fra Via Petrella, Via Mercadante, Via Rinuccini, Via Ponchielli. Da queste due ultime strade, attraverso due androni si accede al grande cortile nel quale si affacciano dieci scale che portano ai duecento appartamenti ripartiti su cinque piani riservati fino a dopo la seconda guerra mondiale solo ai dipendenti delle ferrovie.

A quel tempo nel cortile del Casone, sotto due grandi tettoie c’erano i lavatoi e al centro i bagni pubblici. Alcuni locali al piano terreno ospitavano un asilo dotato di un’ampia aula per i piccoli ospiti. In un locale a parte “la Provvida”, uno spaccio alimentare, che dipendeva dalle ferrovie.

La conformazione del Casone dei ferrovieri accentuava la vita e i rapporti sociali che favorivano un forte senso di solidarietà e di amicizia fra gli adulti, per noi ragazzi era il luogo per giocare. Vigeva però una regola precisa fatta rispettare con fermezza da due portieri, per i giochi c’era un orario 9/12 al mattino e 16/20 al pomeriggio. Questo per non disturbare i nostri babbi che facevano anche orari notturni, avevano necessità di riposare. In estate però l’orario si allungava anche fino alle 22 e oltre. Ricordo che quando c’erano i bombardamenti che colpivano prevalentemente le stazioni e le strade ferrate, tutti aspettavano con ansia il ritorno degli uomini e appena uno di loro arrivava e portava notizie dei colleghi che con lui lavoravano, ci abbracciavamo. Devo però dire che durante quei bombardamenti, nessuno degli abitanti del Casone rimase ucciso.

Però ci furono molti rastrellamenti. Un impiegato della stazione centrale fu deportato insieme ad altri ferrovieri in Germania. Tornò alcuni mesi dopo la fine della guerra, distrutto fisicamente, ma vivo. La gioia della sua famiglia fu grande, immensa. Anche la nostra e nel cortile venne organizzata una bella festa. Questo era il Casone: una grande famiglia!! L’ambiente dei ferrovieri era politicizzato? Sinceramente quasi tutti erano iscritti al fascio ma lo furono per forza maggiore. Dimostrarono il loro antifascismo aderendo poi alla lotta di liberazione e difendendo dalla deportazione da parte dei tedeschi di treni carichi di viveri, macchinari e di tutto ciò che era possibile razziare.

Nel 1941 nacque, se ricordo bene, il “Soccorso Rosso”. Nel Casone si costituì un primo nucleo antifascista organizzato. Ci furono manifestazioni contro la guerra e sabotazioni. A seguito di queste manifestazioni, molti antifascisti furono arrestati, giudicati come comunisti e condannati dai Tribunali Speciali dai dieci ai trent’anni. Tra questi ci fu l’arresto di Dante Terrosi, abitava nella mia scala all’ultimo piano. Fu condannato a ventitré anni di carcere. Intanto i suoi due fratelli, uno di cui non ricordo il nome, era prigioniero in Russia, l’altro, Renato partecipò attivamente alla lotta per la Liberazione. Con l’arrivo delle truppe alleate tornò anche Dante che continuò la sua battaglia contro i tedeschi e i fascisti. Nel 1952 Dante fu mio testimone di nozze, per me e la mia famiglia fu motivo di orgoglio. Il mio matrimonio per gli abitanti del Casone fu un grande avvenimento: ero la prima che si sposava civilmente, il mio grande amore, era un dirigente del PCI: tutti ci dimostrarono tanto affetto e stima. Dopo questo primo matrimonio civile, ben presto ne furono celebrati molti altri. Alcuni mi dissero sei stata coraggiosa, lo faremo anche noi e effettivamente lo fecero.

Tornando indietro ricordo il 25 aprile con la notizia delle dimissioni di Mussolini. Lavoravo in Via Martelli angolo piazza del Duomo. Una grande folla si riversò in questa piazza. Fu una manifestazione spontanea e comparvero anche le prime bandiere rosse.

Ma dal primo pomeriggio capimmo che non solo la guerra non era finita ma che i tedeschi erano diventati padroni della città e a piccoli drappelli cantavano e marciavano al passo dell’oca. Fu l’ultimo giorno che io e i miei fratelli andammo a lavorare.

Arrivò poi l’8 settembre del ’43. Quell’8 settembre vuol dire lo sbandamento e la fuga dei nostri soldati. Gli abitanti del Casone si mobilitarono per aiutare gli allievi della scuola dell’aeronautica militare, questa scuola era situata in Via delle Cascine. C’erano tante case attorno a noi, ma non so per quale via o condotti da chi, arrivarono nel Casone, dove furono vestiti con abiti civili, rifocillati, aiutati con denaro e in alcuni casi ospitati per giorni in attesa di garantire loro una fuga in sicurezza verso la Futa dove si stavano fermando le Brigate Partigiane. Avevo quindici anni, nel cortile o nei rifugi del Casone, dove purtroppo passavamo tanto tempo, con gli amici cominciammo a chiederci perché questa guerra, perché il fascismo e che cosa volesse dire antifascismo. Eravamo confusi, ma rapidamente capimmo da che parte stare.

Il babbo era socialista. Prima che noi nascessimo fu inviato in esilio alla stazione di Villa Opicina che a quel tempo era territorio italiano di confine. Credo che oggi appartenga alla Jugoslavia. Ci rimase due anni, poi venne richiamato a Firenze presso la stazione di Rifredi dove ha lavorato fino all’età della pensione.

Ricordo i pianti della nonna Teresa e dello zio Ferruccio, mamma e fratello del babbo che cercavano di convincerlo, per necessità dicevano loro, ad iscriversi al fascio: hai cinque figli, ti licenzieranno, cosa farai? Il babbo non ha mai ceduto, è stato un fiero antifascista per tutta la vita.
Intanto la Resistenza proseguiva il suo cammino. I giovani del Casone erano quasi tutti spariti. Si sentiva parlare di montagna, di partigiani, di giovani alla macchia. Infine, si seppe che questi giovani erano i nostri vicini di casa che avevano qualche anno in più di me e dei miei fratelli, con alcuni dei quali avevamo fino a poco tempo prima giocato assieme nel cortile.

Anche le donne del Casone si mobilitarono, cucivano divise da mandare in montagna, noi ragazzine cucivamo bandiere della pace, tanti piccoli pezzi di stoffa di ogni colore uniti assieme, oppure cercavamo di tritare il più possibile la foglia di tabacco che arrivava da via delle Cascine, dove c’era la Manifattura dei tabacchi e che poi veniva inviato ai Partigiani.

Ma tutto il Casone collaborava. Posso parlare della scala dove io abitavo. C’erano tre ragazze che fecero le staffette. La scala era di cinque piani, al primo e al terzo abitavano Silvana, Graziella e Iolanda staffette, al secondo, al terzo e al quinto Fernando, Ottorino e Renato che furono organizzatori delle Brigate Partigiane e Partigiani loro stessi.
Ma in ogni scala, in modo diversi, c’era mobilitazione.

Nell’agosto del 1944 iniziò l’insurrezione di Firenze. Ai Partigiani arrivò una segnalazione: attenzione a non sparare sugli inglesi …. che in realtà arrivarono venti giorni dopo.

I tedeschi avevano occupato la Manifattura dei Tabacchi e la linea del Mugnone. Da quella posizione potevano sparare verso le strade adiacenti al Casone. Si rese quindi indispensabile trasferire nel Casone il Comando dei Partigiani, nel salone dell’asilo fu organizzato l’ambulatorio medico, in un’altra sala la cucina e le provviste, nella Provvida si installò il Comando Partigiano. In uno dei due androni dove c’era una piccola icona con la Madonna fu allestita la camera mortuaria, infine, per necessità, una cantina che funzionò per pochi giorni come prigione per tre fascisti residenti nel Casone che furono processati.

Al comando di Bruno Bertini che era il Commissario politico della zona, nel Casone si concentrarono circa centocinquanta partigiani che difesero il quartiere delle Cascine. Gli attacchi dei tedeschi furono molti, ma l’organizzazione del Comando Partigiani fu perfetta. Il Casone divenne anche il centro di rifugio per gli abitanti delle strade circostanti.

Ci furono dei morti fra civili e Partigiani, qualcuno si industriò per fare le casse da morto e purtroppo quella camera mortuaria funzionò per alcuni giorni.

C’erano franchi tiratori. Ricordo una mattina quando un Partigiano fece un giro per chiedere agli abitanti delle case attorno al Casone, di tenere chiuse le persiane delle finestre, doveva individuare da dove i cecchini sparavano. Una signora si affacciò alla finestra chiedendo se anche noi dovevamo seguire quella regola. Il ragazzo alzò un braccio dicendo di no perché di noi tutti si potevano cecamente fidare. In quell’istante un cecchino sparò e vedemmo il braccio di quel ragazzo volare come fosse un ramo staccato da una pianta. Col tempo ho rivisto spesso quel Partigiano: era senza il braccio sinistro, ma fiero e senza rimpianto. Credo che sia stato decorato al valore militare.
Un altro episodio mi torna spesso alla mente. Una sera, in pieno coprifuoco, sentimmo bussare alla porta. Eravamo tutti a tavola, il babbo ci disse di non muoverci, sarebbe andato lui ad aprire, non c’era nessuno, raccolse un foglio lasciato per terra.

Quel foglio aveva un colore indefinibile fra il giallo, il rosa o del colore del caffè. Era un foglio a due facciate, la dimensione era come metà dei giornali. Fu la prima volta che vidi l’Unità.
Il babbo cominciò a leggere ad alta voce gli articoli che informavano su cosa stava accadendo nei vari rioni della città. A un certo punto si fermò, lesse per conto suo un piccolo articolo che parlava dell’atto eroico compiuto da due ferrovieri. Lo vedemmo commuoversi. Il foglio raccontava che due ferrovieri della stazione di Rifredi, senza far trapelare alcunché, erano riusciti a nascondere un treno intero carico di macchinari dell’ Officina Galileo che i tedeschi erano pronti per trasferire alla volta della Germania. L’articolo concludeva dicendo che a tempo debito quel treno sarebbe tornato alla luce. Il babbo non ci disse nulla, ma capimmo che uno dei due ferrovieri era proprio lui. Quelle macchine per l’industria ottica, tornarono infatti al loro posto appena la città di Firenze fu liberata.

La notte successiva a questo episodio, fu forse la più brutta di tutte quelle passate da quando era cominciata la guerra. I tedeschi fecero saltare i ponti sull’Arno e diedero fuoco alla Manifattura dei Tabacchi.
Il cielo sopra la città era tutto rosso. Boati si succedevano con un fragore assordante; il Casone fu preso di mira da tedeschi e fascisti con cannoni e mitragliatrici. Qualcuno disse si trattava dei pericolosi V2. Furono fatti sgombrare immediatamente gli ultimi piani. Noi che eravamo al terzo ospitammo per circa un mese una famiglia di sette persone, proprio come la nostra: due genitori e cinque figli.

La Resistenza era sempre più attiva. Sapevamo che il PCI vi dedicava tutte le sue forze e tutto l’impegno politico facendo anche opera di proselitismo. Devo testimoniare che verso la metà di agosto una formazione cattolica arrivò nel Casone, fu attiva assieme alle altre formazioni fino alla fine del mese.
Anche mio fratello Piero che aveva sedici anni era tentato di aggregarsi a una delle formazioni dove c’erano alcuni dei suoi compagni, ma fu riportato a casa da Renato che abitava nell’appartamento sopra il nostro che gli disse: Piero sei troppo giovane, aspetta e vedrai che anche tu potrai e dovrai fare la tua parte.

La notte in cui saltarono i ponti, tutta Firenze rimase senza acqua e senza luce. Gli anziani del Casone si posero il problema dell’acqua e con l’approvazione di tutti fu deciso di scavare nel cortile per cercare l’acqua: la trovarono molto in profondità. Dalle macerie della stazione cercarono il materiale adatto a costruire due pozzi artesiani che pompassero acqua sana e abbondante. Queste fontane ci consentirono di utilizzare i lavatoi del cortile per lavarsi e fare i bucati e per tutte le altre necessità. Eravamo però costretti a fare lunghe code per attingere l’acqua necessaria anche perché tutte le abitazioni attorno al Casone si servivano di questi pozzi. Questa situazione durò moltissimi mesi. L’acqua e la luce furono ripristinate a metà inverno. Per farci luce utilizzavamo le lampade di acetilene che mi pare di ricordare funzionavano con il carburo, ma non ne sono sicura.

Poi le cose si aggravarono ulteriormente perché non c’era né pane né altro cibo. Tutte le botteghe erano chiuse. A Firenze non arrivava niente.

Alle Cascine c’era la Facoltà di Agraria. Con l’aiuto del Partigiano Antonio Morettini, che abitava all’interno di quella struttura, furono sequestrate due vacche, un mulo e tredici pecore. Alcuni esperti macellarono gli animali e la carne fu distribuita immediatamente alla popolazione del quartiere. Una parte rimase per gli abitanti del Casone e per i Partigiani che lì avevano la loro base. Tutto fu rapidamente consumato, era il mese di agosto e non c’era nessuna possibilità di conservazione.
Il primo settembre del ’44 iniziò la liberazione di Firenze. Il sette dello stesso mese lo scioglimento delle formazioni partigiane che consegnavano le armi, poi orgogliosamente e acclamatissimi sfilarono per le strade del centro.

Durante quella sfilata in Piazza del Duomo venne scattata una fotografia che divenne famosa. Quella foto ritraeva un gruppo di ragazze. Erano le staffette Partigiane del Casone. Qualche mese dopo fu pubblicato un libro sulla Liberazione di Firenze dal titolo “I ponti sull’Arno” e sulla copertina del libro c’era la foto di quelle ragazze. Negli anni ’80 il 25 aprile, per l’anniversario della Liberazione, accompagnai mio marito a Recco dove si svolgeva una manifestazione. Vidi su un pilone del cavalcavia, una teca per giornali all’interno della quale c’era la prima pagina del “Lavoro” con in grande la stessa foto. L’indomani mio marito si recò alla sede del “Lavoro” acquistò alcuni giornali che attraverso i miei genitori furono recapitati alle ragazze che contente ringraziarono.

Non ricordo la data precisa, all’inizio del 2000 anche Renato Terrosi, di cui ho già parlato, ha scritto un libro dal titolo “I ragazzi del Casone e la Resistenza nel quartiere delle Cascine”. Fra le tante foto dei partigiani, c’è ancora una volta la foto di quelle ragazze con questa didascalia: “7 settembre 1944, P.zza del Duomo durante la sfilata delle Brigate Partigiane. La foto fu pubblicata da “Stars and Stripes”, giornale delle forze armate americane e fece così il giro del mondo. Arrivò anche ai soldati italiani prigionieri negli Stati Uniti e all’amico Sergio Boncioli, uno dei ragazzi del Casone internato in un campo militare, che riconobbe le compagne della sua fanciullezza. Scrisse loro una affettuosa lettera di complimenti e auguri. Nella foto Silvana Cavalieri staffetta partigiana, Graziella Romagnoli, Liliana Pieri, Mirella Tarducci e Iolanda Boddi tutte staffette partigiane. Tre di esse abitavano nella mia scala, con loro e le loro famiglie c’era un vero legame di affettuosa amicizia. Ma la stessa foto l’ho rivista recentemente nella copertina di un libro pubblicato a Genova, “Ci chiamavano Libertà”, scritto da Donatella Alfonso.

A ricordo di quel periodo all’ingresso del Casone da Via Ottavio Rinuccini, nell’androne a fine guerra è stata posta una lapide di bronzo scolpita da Walter Faggi. Faggi abitava nel Casone, fu partigiano e bravo pittore e scultore. Al centro di questa lapide c’è una frase: “Corpo Volontario della Libertà. II zona – 1°Compagnia del P.C.I. – Contro tedeschi e fascisti, emuli nella barbarie – a difesa della Libertà di Firenze, in questa casa dei ferrovieri fatta trincea, caddero combattendo i Patrioti Gazzoli Adriano, Rigacci Enrico, Pevere Giovanni, Santi Virgilio, Di Carlo Achille, Petrucci Mauro. Ne esaltino la memoria quanti non credono vano il nome Amor di Patria”.
E per finire una nota simpatica. Nell’estate del ’47 alla elezione di Miss Italia a Stresa, furoreggiò una delle ragazze del Casone dei ferrovieri e mia carissima amica. Si chiamava Gianna Maria Canale. Nella serata finale, subito dopo Lucia Bosè si piazzò come vice miss. Nel mese dell’agosto durante il Festival della Gioventù a Praga conquistò il titolo di bellissima italiana.
Anche questo fu per noi motivo di orgoglio. Oggi il Casone esiste ancora ma non è più dei ferrovieri. Negli anni ’70 le case furono vendute a chi ci abitava. Piano piano la vecchia generazione se ne è andata. I giovani hanno preso altre strade e le case sono state vendute. Anche noi alla morte dei miei genitori nel 2003 abbiamo venduto la nostra ma il Casone già da molto prima era un’altra cosa. I lavatoi non c’erano più e non c’erano più né l’asilo, né la Provvida, né i bagni pubblici. Non c’erano nemmeno i bambini a giocare perché il cortile è stato trasformato in un enorme posteggio per le macchine e le moto.
Dal 1952 data del mio matrimonio, ho lasciato Firenze e il Casone dei Ferrovieri, tornandoci però molto spesso, perché lì c’era la mia famiglia e gli amici. Al mio ritorno ogni volta che incontravo qualcuno, comprese le persone più anziane, erano affettuosi e commoventi abbracci, come se ognuno di loro facesse parte della stessa famiglia.

Malgrado la miseria di quegli anni, la guerra e la fame, il ricordo del Casone dei ferrovieri e dei suoi ragazzi è in me sempre vivo e penso che per chi come me ha abitato in quel Casone, ha avuto una grande lezione di vita.

Vera Giovannoni Carocci
Vera 1943 001


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