Viva il 25 Aprile, viva le radici del nostro futuro

il 25 aprile 2015 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Il 25 aprile è una festa

Ma viviamo un 25 aprile, diciamocelo francamente, che è segnato da preoccupazioni e da ansie, individuali e collettive; i mezzi di comunicazione ci rappresentano un mondo pieno di contrazioni, di conflitti; la vita delle persone è ancora gravata dalle difficoltà a trovare o a non perdere un lavoro, a fare tornare i conti di bilanci familiari, a dare risposte al bisogno di cure, di assistenza o solo di occasioni per non sentirsi soli per tanti anziani

E mentre come ogni anno il 25 aprile è l’occasione per incontrarsi, donne e uomini di diverse generazioni, per esercitare il dovere della memoria, siamo chiamati, ogni anno di  più, ad interrogarci su come l’eredità della Resistenza e della lotta di liberazione possa darci una traccia, un senso per affrontare ciò che abbiamo davanti, il nostro presente e il futuro

Dovere della memoria, intanto; il dovere di ricordare le persone, persone “normali”, semplicemente coraggiose, che, in quella stagione così difficile hanno saputo scegliere, hanno deciso di sacrificare, alcuni tutto, la loro stessa vita, altri comunque moltissimo, ragazzi e ragazze che hanno speso gli anni dell’adolescenza e della giovinezza, anziani che hanno dedicato le forze che ancora rimanevano loro, per costruire le condizioni affinché pace, libertà, lavoro, democrazia fossero il fondamento della convivenza tra le persone, nelle comunità che avevano conosciuto la guerra, la fame, la dittatura e l’occupazione straniera, e privazioni di ogni genere.

Quell’esperienza porta il segno distintivo di una utopia, come ha detto recentemente Grasso il presidente del Senato, “alimentata da un profondissimo senso del dovere e dall’ambizione di non cedere, appunto di resistere, alla violenza e alla negazione della dignità umana”: perché il fascismo e l’occupazione nazista furono violenza e negazione della dignità .

 

Per quella «generazione ribelle» il senso della scelta antifascista “stava nella voglia di lottare per riprendersi un futuro degno di speranza; nella possibilità di ricominciare a parlare e a discutere, nell’impegno, nella solidarietà e anche nella voglia di vivere con un nuovo senso del rigore”

La scelta di resistere, di una resistenza armata, non fu una decisione presa a cuor leggero; l’antifascismo, in tutte le sue componenti politico-culturali, si era da sempre ispirato ai valori della pace; scelsero la lotta al fascismo “perché mossi dalla ferma convinzione che fosse giunto il momento d’opporsi in maniera definitiva, risoluta e forte”, anche con le armi, a chi “la violenza l’aveva usata mille volte di più”.

Oggi dobbiamo sapere leggere nei fatti e nelle ragioni che hanno segnato la vita di quegli anni il significato e valore che ancora trasmettono alla società di questo tempo, dell’oggi e del domani.
Lo possiamo fare pensando ad alcuni caratteri di quella vicenda storica:

 

1. La Resistenza non nasce dal nulla: il contrasto al fascismo nasce con il fascismo stesso e si sviluppa lungo un percorso travagliato, con alterne vicende, per oltre vent’anni

Ciò che ha animato la Resistenza e la lotta di liberazione, ha le sue radici in una storia più antica, nella storia delle società di mutuo soccorso, delle camere del lavoro, delle associazioni cattoliche, nella tradizione di impegno popolare: quelle esperienze ci dicono, in una stagione in cui il disincanto e le sfiducia si fanno strada e possono prevalere, ci dicono che “si può”, che con l’impegno e a capacità di incontrarsi con gli altri, di organizzarsi insieme agli altri, si possono cambiare le cose, si può progredire, superare le difficoltà di ciascuno con soluzioni che riguardano tutti.

2. La Resistenza non è stata un fatto di pochi, l’azione di una élite di eroi o di giovani ribelli avventurosi; è stata anche un fatto di popolo; la risposta militare, l’azione armata, necessaria per contrastare la presenza degli occupanti nazisti e del fascismo non sarebbe stata possibile se tutta una parte della popolazione non avesse partecipato, rischiando molto, con senso di umana solidarietà verso i combattenti, ma anche con la consapevolezza che un sistema fatto di miseria, di guerra, di repressione andava battuto, superato, cacciato
Questa partecipazione grande, in tante forme, anche diverse, ha fatto sì che la lotta di liberazione e poi la ricostruzione, non solo materiale, del Paese, negli anni immediatamente successivi alla Liberazione, si fondasse sul concorso di orientamenti politici, culturali, ideali diversi, una unità che proprio nella scrittura della carta costituzionale, figlia dell’antifascismo e della lotta di liberazione, trovò una espressione alta, che ci consegna un quadro straordinario di valori e di principi.

3. C’è un altro segno, ancora più generale, della Resistenza come azione collettiva, di intere comunità: è il protagonismo delle donne.

Se è giusto ricordare anche il contributo diretto, in combattimento, delle donne, il loro ruolo non potrà mai essere valorizzato davvero se non si farà emergere, con maggiore forza, il valore centrale, decisivo, di ciò che soprattutto le donne facevano: perché le funzioni che esse esercitavano non erano solo di supporto, ma anzi costituivano la “trama” forte del tessuto dell’organizzazione clandestina e del rapporto tra questa e le fabbriche; l’informazione, in senso ampio: non solo la produzione e la diffusione del materiale di propaganda, ma anche la funzione di collegamento tra città e montagna; la raccolta di fondi per le famiglie dei prigionieri, delle vittime, dei partigiani, tramite il “Soccorso rosso”, il sostentamento delle formazioni partigiane in montagna, l’azione diretta della resistenza in città.

4. il quarto elemento di grande valore anche per l’oggi, è il ruolo del lavoro, dei lavoratori e delle lavoratrici, non solo come singoli, ma come parte collettivamente consapevole della società italiana. Ci sono stati intellettuali, imprenditori, tanti contadini, professionisti, sacerdoti che hanno dato contributi straordinari, ma l’unica forza collettiva che ha esercitato una funzione nazionale e politicamente decisiva è stato il lavoro, gli uomini e le donne impegnati nelle fabbriche, il lavoro con la sua rappresentanza sindacale e politica.

Tanti lavoratori hanno pagato con la deportazione quelle scelte. E i lavoratori sono stati protagonisti di una straordinaria azione di difesa dei macchinari dalla furia distruttrice dei nazisti in fuga; queste azione sono in qualche modo la “base materiale” del riconoscimento del valore del lavoro che la Costituzione afferma nel suo primo articolo.

La società che vogliamo deve ancora, e ancora di più, essere “fondata sul lavoro”, come è scritto nell’art. 1 della Costituzione: sul lavoro in tutte le sue forme, del dipendente, del professionista, di chi fa impresa e crea ricchezza, sul fatto che la ricchezza si crea con la fatica e con l’ingegno delle donne e degli uomini e non con i soldi che fanno soldi.
La finanza, da strumento è diventata “signora” dell’economia, spostando e concentrando non solo la ricchezza, ma anche il potere.
Non si rovescia questo schema facilmente; ma dobbiamo insistere, batterci per dimostrare che un altro modo è possibile: un modello in cui la competizione assuma il concetto di limite e abbia come punto di riferimento la qualità, dei prodotti, del modo di produrre, della natura, del vivere e del lavorare: perché anche la coesione sociale è una parte importante di un sistema di competizione economica che non mortifica le persone, ma dà loro valore.

 

Ci sono oggi, per molti, condizioni di vita pesanti, assistiamo alla perdita di lavoro, di patrimonio produttivo e professionale in tanti settori; la povertà si diffonde, ed anche in fasce della popolazione che prima non ne erano colpite.

Si intravvedono primi segni di inversione di tendenza; senza trionfalismi ed anche senza pregiudizi, dobbiamo lavorare per rendere questo cambio di passo più solido e realmente percepibile dalle persone, nella loro vita quotidiana.

 

Per come il mondo è fatto, una società più giusta non si può costruire nei confini nazionali

C’è una nuova dimensione necessaria, intanto, quella del continente.

La nascita e la progressiva costruzione dell’unione europea è servita “in primo luogo a garantire la pace nel cuore dell’Europa”; è un valore enorme.

Ma dobbiamo anche sapere superare i limiti dell’esperienza dell’unione europea; una politica solo “di austerità” ha costretto molti paesi ad arretrare; oggi il nostro governo combatte una battaglia, tutt’altro che facile per fare prevalere in Europa scelte orientate alla crescita dell’economia, per fare di un ambito più grande e più forte del singolo paese lo strumento per fare stare meglio ciascuno di quei paesi

L’Europa ha tardato anche a farsi carico di un problema che il nostro paese affronta da tempo e che si sta amplificando e diventando sempre più drammatico.

Le guerre, le persecuzioni, la fame che ancora colpiscono tante persone nel mondo stanno spingendo fuori dai loro Paesi milioni di persone.

Non da ora tante persone arrivano da altri paesi, hanno attraversato mari pieni di pericoli e terre ostili per venire qui a lavorare, e, non trascuriamo questo aspetto, a vivere qui garantendo alla nostra società che invecchia nuove generazioni di lavoratori, nuove famiglie.

In questi mesi l’acuirsi dei drammi e dei pericoli che attraversano l’Africa e l’Asia, lo svilupparsi di un fondamentalismo terrorista che usa la religione a fini di potere e di dominio e che vuol farsi stato, sta creando una situazione che moltiplica il fenomeno delle persone che fuggono, e nelle loro fuga sono vittime di un nuovo schiavismo.

L’Italia, l’Europa, la comunità internazionale, devono agire per risolvere i problemi là dove si generano e per consentire a quelle persone di rimanere in pace nelle loro terre; ma ora va affrontato un gigantesco problema umanitario ; sono profughi da sottrarre alla speculazione degli scafisti e al pericolo di morire a centinaia alla volta; l’Italia ha fatto molto, non possiamo rimanere soli e non basta che gli altri paesi ci mettano un po ‘ di soldi e un po’ di navi. Ciò che fanno coloro che soccorrono in mare da anni è di fatto la garanzia di un corridoio umanitario, ma non può stare sulle spalle solo dell’Italia.

C’è chi specula sui problemi che si possono creare con tante persone, che sentiamo diverse, quando ci arrivano vicine

Solo una società che accoglie, include, può dare  sicurezza, a chi vuole poter vivere tranquillo nelle propria città e a chi arriva qui da altri paesi, da luoghi in cui lascia miseria e privazioni, spesso persecuzioni.

Già che è il 25 aprile, proviamo guardare a queste persone, a tutti coloro che negli anni e oggi arrivano da altri paesi, anche pensando a una cosa che nazismo e fascismo hanno portato con sé, l’odio razziale, la demonizzazione del diverso, fino alla persecuzione e allo sterminio: gli ebrei, e prima ancora i comunisti, e gli omosessuali e gli zingari, e gli oppositori di tutte le ideologie, e i militari, centinaia di miglia di militari deportati perché non piagati al nuovo potere  nazista e fascista, dopo l’8 settembre.

Il seme dell’odio che porta prima alle discriminazioni e via via alla persecuzione , fino all’Olocausto, nasce molto prima, in modo subdolo

Noi non siamo salvi da quei rischi; onorare chi ha combattuto il fascismo e il nazismo vuol dire anche vigilare oggi e combattere chi fa della paura del diverso un modo per dividerci, indebolirci, tenerci chiusi nelle nostre case.

 

L’eredità concreta di quella stagione, oltre al patrimonio di valori, è una nazione libera ed unita e la Carta Costituzionale

La nostra Costituzione non descrive soltanto l’esistenza di diritti e di libertà, ma prevede anche che sia compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che si frappongono all’effettivo esercizio di quei diritti e di quelle libertà. E’ questo il contenuto più moderno e più duraturo della Costituzione; lavorare su questo, sul come, nell’evoluzione che via via interessa la nostra società, si capiscono e si rimuovono quegli ostacoli, che, anch’essi, mutano con il mutare del contesto, è l’eredità non retorica che la Costituzione affida alle generazioni di oggi e di domani.

E’ una eredità che ci impone anche di fare i conti con la realtà, di saper vedere con lucidità i limiti, gli arretramenti, i fallimenti anche delle risposte che abbiamo provato a dare ai problemi, ma, insieme, ci richiama al dovere di non arrenderci, di superare il disincanto.

Questo bisogno deriva da errori delle classi dirigenti, non solo della politica, ma deriva anche da condizioni oggettive profondamente mutate: la dimensione nazionale ha perso parte del suo significato; lo stato viene percepito distante e oppressivo perché non sentito più come utile; e poi pensiamo al lavoro, a come è cambiato, o alla vera e propria mutazione dei rapporti tra uomini e donne e tra le generazioni.

Dobbiamo misurarci con la sfida di una rottura degli schemi, delle rendite di posizione, con il bisogno di una accelerazione dei processi decisionali, il bisogno di bruciare le tappe, dopo tanti anni di difficoltà ad imboccare una strada sicura e condivisa.

Negare questo sarebbe profondamente sbagliato.
E tuttavia, la voglia di cambiamento “purchessia”, il bisogno di rapidità e di rotture con il passato, sono cose necessarie, ma non sufficienti a ridare una prospettiva solida di benessere materiale e di nuova etica pubblica.

Oltre questa esigenza di un vero salto, c’è bisogno di ricostruire un’idea di società: un lavoro paziente, non segnato dalla continuità rassicurante con le nostre convinzioni, e capace di ridare credibilità, stima e fiducia nelle istituzioni, nella rappresentanza politica e sociale.
Tutto questo però con la consapevolezza che con il patrimonio che la storia recente di cui stiamo oggi parlando ci consegna dobbiamo fare i conti, e lì possiamo trovare ispirazione, insegnamenti e strumenti.

 

Possiamo e dobbiamo cambiare in parte anche le nostre istituzioni: con attenzione e cautela, e rispetto. E’ una discussione in corso.

Non dobbiamo avere paura di dire che ci sono cose scritte nella seconda parte della Costituzione che possono essere cambiate perché abbiamo bisogno di nuovi strumenti per attuare la prima parte della Costituzione, quella che ci fa dire che è una tra le più belle del mondo; questo per fare sì che sia possibile, nel nostro mondo contemporaneo, “rimuovere gli ostacoli”, come sta scritto all’art.3.

 

Qualche anno fa un giornalista ha detto “chi ha dei ricordi veri li custodisca, senza guastarli con i paroloni commemorativi”.

Chi ha ricordi veri, li custodisca; ma anche li trasmetta, continui, sino a che è nelle sue possibilità umane, a condividerli con chi è nato dopo, con chi ha fatto della difesa e della realizzazione di quei valori una parte importante della proprio vita e delle proprie lotte, come tanti di noi, e con chi si affaccia solo oggi alla vita sociale, all’impegno civile o politico.

Del lascito di chi ha vissuto la resistenza e la lotta di liberazione vogliamo essere eredi degni

Di quella vicenda dobbiamo sapere trarre un’altra lezione: la politica è stare insieme per un’idea, stare insieme per risolvere i problemi che ciascuno non può affrontare da solo, e quindi rifiutare un sistema per cui vince il più forte o il più furbo, fare sì che la libertà e i diritti siano parte fondante del vivere in una comunità: c’è ancora un bel po’ da fare, tanta strada da percorrere per arrivarci. E’ l’impegno di ogni 25 aprile.

 

Viva il 25 aprile, viva le radici del nostro futuro

 

 

 

 


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