Vorrei dire qualcosa su di me e sul PD

il 4 giugno 2017 | in Archivio, Blog | da Anna Giacobbe

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Il presidente del Pd (non solo lui) sostiene una tesi: il Pd è “il” centro sinistra, gli altri se ne facciano una ragione.

Sì, il Pd nasceva per superare la divisione tra le diverse anime del riformismo italiano, per essere un partito grande, capace di rappresentare tante sfumature, tanti modi di essere progressisti e di sinistra. Vuole ancora essere questo, il Pd?

Penso che chi ha vinto il  congresso con i 70% abbia titolo a guidare il Pd, ma non a sentirsi “tutto” nel Pd. Ho torto?

C’è una parte del gruppo dirigente che se ne è andato, Bersani ed altri. Una parte dell’elettorato del mio partito se ne era andata già: il referendum del 4 dicembre è considerato uno spartiacque, ma i problemi c’erano prima, ben prima: la frattura tra noi e una parte del nostro elettorato ha radici più antiche.

Non ho nostalgia di quel gruppo dirigente che è uscito dal Pd, lo dico con franchezza, proprio no. No no.

Quando aveva la meglio, quel gruppo dirigente, io facevo un altro mestiere: e da quel punto di osservazione avevo la possibilità di criticare il loro modo di fare politica; e lo facevo.

Ciò che contesto all’attuale gruppo dirigente del Pd non sono le cose in cui si è distinto da quel vecchio gruppo dirigente, ma quelle che non è riuscito a cambiare: competizione e merito, come se fosse quella l’alternativa alla selezione per censo o per classe sociale; privatizzazioni e concorrenza, come se bastasse a dare efficienza ad un sistema economico bloccato; contrasto troppo debole al potere del blocco burocratico, perché è facile dire che si deve superare, ma farlo costa molto, molto; ed è più difficile di quanto non si pensi.

E siccome è difficile cambiare la sostanza, allora cambiamo la forma, il linguaggio, le persone, il “ceto politico”: sì, vedo emergere non tanto nuove idee, ma un nuovo ceto politico. E quelli come me?  Non mi sottraggo alle mie responsabilità: mi hanno insegnato a caricarmi delle mie e anche di quelle degli altri. Fate voi: quello che ho detto e fatto in questi anni è a disposizione di chi voglia saperlo. Questa mania di scrivere tutto, logorroica lo so, mi espone al fatto che non posso negare ciò che ho detto o fatto: è scritto, mannaggia!

In questi anni di lavoro parlamentare si sono fatte molte buone cose: le ho descritte e rivendicate, via via.

Nonostante tutti i limiti e gli inciampi, penso ancora che il Pd possa essere la risposta al bisogno che c’è di una forza politica plurale, capace di rompere con modi superati di fare politica e di affrontare la modernità.

Ma c’è modo e modo di stare in questo partito e di pensare il rapporto tra questo partito e quello che c’è intorno a noi: il mio è quello che è, con i suoi limiti, certo, e con la sua dignità, spero.

Il mondo è ben complicato: per sbrogliare questa matassa bisogna tirare un filo: qual filo è il valore dell’uguaglianza, io non ne vedo altro.

Voglio ancora cambiare il mondo: perché affermare il valore dell’uguaglianza in questo tempo è difficile, maledettamente difficile. Vuol dire, appunto, cercare di cambiare il mondo: avere un’idea di giustizia e di progresso, e provare ogni giorno a declinarla nella vita quotidiana, nell’azione di governo, nazionale o locale.

Con rispetto di chi ci prova in altro modo, nell’impegno civico, nel volontariato, nella rappresentanza sociale. Provare a trovare un verso nuovo alla voglia di cambiamento, a migliorare le condizioni di vita di chi sta peggio, a farsi interpreti di una volontà di riscatto che non somiglia a quella dei tempi passati, perché davvero il mondo è diverso da allora. Io vorrei poterci provare ancora, insieme a tanti e tante altre.


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